Focus crisi d'impresa

Nuovi e rinnovati strumenti per la composizione della crisi d’impresa (ultima parte)

29 Maggio 2019

Il concordato preventivo - di Marco Rubino, Reparto crisi d’impresa e ristrutturazioni

pubblichiamo di seguito l’ultima parte dell’intervento di Marco Rubino al convegno LE NUOVE NORME SULL’ASSETTO ORGANIZZATIVO DELL’IMPRESA E SULLA PREVENZIONE DELLA CRISI (D. Lgs 14 gennaio 2019, n. 14) che si è tenuto lo scorso 8 maggio 2019 a Milano presso la Fondazione Mediolanum.

Rispetto ai piani di risanamento e agli accordi di ristrutturazione dei debiti, che il Codice della crisi definisce “strumenti negoziali stragiudiziali”, il concordato preventivo è senz’altro la procedura più articolata di regolazione della crisi d’impresa.

Com’è noto il concordato preventivo disciplinato nell’originario testo della Legge Fallimentare del 1942, è stato profondamente innovato dalla c.d. “stagione delle riforme”, inaugurata dalla Mini-riforma del 2005 (d.l. n. 35/2005), culminata con la c.d. “riforma organica delle procedure concorsuali” di cui al d. lgs n. 5/2006, e proseguita sino al 2015 con una serie di interventi modificativi di natura spesso sporadica.

In particolare, a seguito di tali modifiche, accanto al più classico concordato liquidatorio ha fatto la sua comparsa il “concordato con continuità aziendale”, disciplinato dall’art. 186 bis, l. fall., che prevede il soddisfacimento dei creditori per mezzo dei proventi rivenienti dalla prosecuzione dell’attività, da parte del debitore stesso (c.d. “continuità diretta”) oppure da parte di un terzo soggetto gestore a vario titolo (affittuario, cessionario, ecc.) dell’azienda (c.d. “continuità indiretta”).

Il Codice della crisi, dunque, riprende entrambe le tipologie di concordato (liquidatorio e con continuità), apportando, tuttavia importanti modifiche.

Anzitutto, proseguendo nel solco dell’intervento riformatore del 2015 che aveva dimostrato un generale disfavore per il concordato liquidatorio rispetto a quello con continuità, il Codice al quarto comma dell’art. 84, prevede espressamente che il concordato liquidatorio deve prevedere l’apporto di risorse esterne che incrementino almeno del 10% il soddisfacimento dei creditori chirografari rispetto alla liquidazione giudiziale e che, comunque, il soddisfacimento di questi non possa essere inferiore al 20%.

Si viene dunque a creare l’idea che il concordato preventivo non può consistere semplicemente in una liquidazione alternativa alla liquidazione coattiva (rappresentata dal fallimento, ora liquidazione giudiziale), bensì deve assegnare ai creditori un quid pluris riveniente da risorse ulteriori rispetto al patrimonio del debitore.

Il Codice mette mano anche al concordato con continuità prevedendo che, in caso di continuità diretta, l’attività di impresa deve essere “funzionale ad assicurare l’equilibrio economico finanziario nell’interesse prioritario dei creditori, oltre che dell’imprenditore e dei soci”.

Con tale inciso la norma introduce un’importante precisazione. Nel concordato liquidatorio il debitore offre l’intero suo patrimonio al soddisfacimento dei suoi creditori: una volta eseguito il piano e adempiuta compiutamente la proposta, il debitore si ritrova ad avere un patrimonio residuo nullo. Infatti, da una parte, l’attivo, rappresentato da beni e diritti sarà stato interamente liquidato ed il ricavato ripartito a favore dei creditori; dall’altro, i debiti che residuano dopo l’effettuazione dei riparti si estinguono a causa dell’effetto esdebitatorio della proposta. Dunque, alla fine del concordato, l’imprenditore si ritrova senza attivo e senza debiti.

Nel concordato con continuità, viceversa, non solo al termine dell’esecuzione del piano l’imprenditore si ritrova con un patrimonio attivo residuo - derivante dal fatto che i creditori sono stati soddisfatti non con il ricavato della liquidazione del patrimonio, bensì dai proventi derivanti dalla prosecuzione dell’attività - ma, addirittura l’impresa potrà presentare un passivo che, tuttavia, sarà espressione di quell’indebitamento fisiologico (verso fornitori ed eventuali finanziatori) che deriva proprio dall’attività corrente dell’impresa.

La norma dunque intende che al termine del piano di concordato con continuità l’impresa non deve necessariamente presentare una totale assenza di debiti, ma che questi debiti – rivenienti, appunto dall’attività d’impresa – devono mantenersi ad un livello tale da garantire l’equilibrio economico e finanziario dell’impresa setssa.

Ecco allora che il concordato con continuità recupera appieno la sua natura di strumento non solo di ristrutturazione dei debiti, ma anche e soprattutto di superamento della crisi e di rilancio dell’impresa, nello spirito del principio di second chance di derivazione comunitaria.

Un’altra importante novità si ha, viceversa, in tema di concordato con continuità indiretta (quello dove la prosecuzione dell’attività d’impresa è portata avanti da un terzo soggetto, ad esempio dal conduttore dell’azienda concessa in affitto dal debitore che propone il concordato). In questo caso, infatti, il contratto deve prevedere il mantenimento o la riassunzione di un numero di lavoratori pari ad almeno la metà della media di quelli in forza negli ultimi due esercizi, per un anno dall’omologazione.

In questo modo si sono voluti evitare possibili abusi da parte di terzi soggetti interessati più all’azienda che al mantenimento dei livelli occupazioni che avrebbero potuto vedere nello strumento concordatario un meccanismo attraverso cui rilevare l’azienda senza i lavoratori.

Come noto, il concordato con continuità introdotto nella Legge fallimentare con l’art. 186 bis, consente nell’ambito della proposta che prevede la prosecuzione dell’attività di prevedere anche la liquidazione dei beni non funzionali all’esercizio dell’impresa.

All’indomani dell’introduzione di questa norma ci si era interrogati su quale criterio si dovesse adottare per distinguere un concordato in continuità da uno liquidatorio. In particolare, ci si chiedeva se, per configurare un concordato in continuità, fosse sufficiente che la proposta prevedesse una qualsiasi prosecuzione dell’attiva d’impresa (magari limitata a un ramo d’azienda di secondaria importanza), oppure se, viceversa, si dovesse adottare un criterio di prevalenza, definendo in continuità solamente quelle proposte in cui il piano prevedesse il soddisfacimento dei creditori principalmente attraverso i proventi della prosecuzione dell’attività e, solo in via residuale, dalla liquidazione del patrimonio del debitore.

L’interrogativo era divenuto ancora più pregnante dopo l’introduzione nel 2015 della percentuale minima di soddisfacimento dei creditori chirografari nel concordato liquidatorio.

È chiaro infatti che, in tutti i casi in cui la percentuale offerta ai chirografari sia inferiore al 20%, la collocazione della proposta in una o nell’altra categoria è destinata ad avere esiti differenti per quanto riguarda l’ammissibilità della stessa.

Il Codice della crisi è dunque intervenuto sul punto sancendo l’adozione del criterio di prevalenza in base al quale la proposta di concordato si considera con continuità aziendale quando i creditori vengono soddisfatti in misura prevalente dal ricavato della continuità aziendale diretta o indiretta, ivi compresa la cessione del magazzino.

Inoltre, prosegue la norma, la prevalenza si considera sempre sussistere quando i ricavi attesi dalla continuità per i primi due anni derivano da un’attività d’impresa alla quale sono addetti almeno la metà della media di quelli in forza nei due esercizi antecedenti il deposito del ricorso.

Un’ultima importante novità che riguarda tutte le tipologie di concordato (in continuità e non) riguarda la suddivisione dei creditori in classi.

La riforma del 2005 aveva introdotto la possibilità per il debitore di suddividere i propri creditori in classi secondo posizione giuridica e interessi economici omogenei. Proprio tale possibilità era stata tuttavia intesa da taluni interpreti come obbligatorietà di suddivisione dei creditori ogni qual volta la mancata segregazione degli stessi in classi differenti avrebbe potuto inquinare la genuinità del voto.

In particolare, alcuni tribunali si erano preoccupati del caso dei creditori chirografari assistiti da garanzie esterne (è il caso, ad esempio delle banche assistite da fideiussioni o da garanzie reali rilasciate non sul patrimonio dell’impresa ma su quello, ad esempio, dei soci). In questo caso, si diceva, l’interesse del creditore a valutare correttamente la bontà della proposta concordataria risultava affievolito, proprio in considerazione dell’esistenza di un altro patrimonio su cui poter soddisfare il proprio credito. Conseguentemente, dunque, far votare tali creditori insieme a quelli privi di garanzie esterne rischiava di annacquare il possibile voto contrario di questi ultimi e quindi di far passare una proposta per costoro non conveniente.

Questa concezione è stata fatta propria dal legislatore del Codice che ha dunque previsto che la suddivisione dei creditori in classi è obbligatoria:

i) per i creditori titolari di crediti previdenziali o fiscali dei quali non sia previsto l’integrale pagamento;

ii) per i creditori titolari di garanzie prestate da terzi;

iii) per i creditori che vengono soddisfatti con utilità diverse dal denaro;

iv) per i creditori proponenti il concordato e parti correlate (nel caso di proposte concorrenti).

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Concludendo, dunque, si può affermare che il nuovo Codice della crisi, pur puntando sui nuovi strumenti di allerta che, nelle intenzioni del legislatore, dovrebbero prevenire, per quanto possibile, l’insorgere della crisi, ha comunque mantenuto quegli strumenti di regolazione della crisi d’impresa già previsti nella Legge fallimentare.

Questi ultimi, tuttavia, sono stati rimodulati e declinati nel senso di favorire le soluzioni della crisi che prevedano il risanamento aziendale e la prosecuzione dell’attività d’impresa.

La continuità aziendale si pone dunque come un valore fortemente perseguito dal legislatore del Codice che, tuttavia, non assurge a valore assoluto, ma deve essere sempre contemperato con quello che è l’obiettivo di ciascuna procedura di composizione della crisi, ovvero il miglior soddisfacimento dei creditori.

Nuovi e rinnovati strumenti per la composizione della crisi d’impresa (seconda parte)

22 Maggio 2019

Gli accordi di ristrutturazione dei debiti - di Marco Rubino, Reparto crisi d’impresa e ristrutturazioni

Pubblichiamo di seguito la seconda parte dell’intervento di Marco Rubino al convegno LE NUOVE NORME SULL’ASSETTO ORGANIZZATIVO DELL’IMPRESA E SULLA PREVENZIONE DELLA CRISI (D. Lgs 14 gennaio 2019, n. 14) che si è tenuto lo scorso 8 maggio 2019 a Milano presso la Fondazione Mediolanum.

Gli accordi di ristrutturazione dei debiti, così come i piani di risanamento, sono strumenti di regolazione della crisi già contemplati dalla Legge fallimentare nell’art. 182 bis.

Come recita il nome, essi consistono in pattuizioni concluse tra l’imprenditore ed una maggioranza qualificata di creditori che rappresentano almeno il 60% dei crediti.

Tuttavia, proprio perché si tratta di “accodi” le pattuizioni valgono solamente per i cc.dd. creditori aderenti, ovvero per coloro che hanno stipulato l’accordo. Tutti gli altri creditori (i cc.dd. creditori non aderenti) devono essere pagati integralmente:

a) entro 120 giorni dall’omologazione se il credito è scaduto, oppure

b) entro 120 giorni dalla scadenza, se non ancora scaduti.

Anche per gli accordi, così come per il piano di risanamento, è necessario munirsi di una relazione redatta da un professionista, designato dal debitore, in possesso dei requisiti di cui all'articolo 67, terzo comma, lettera d), sulla veridicità dei dati aziendali e sull'attuabilità dell'accordo stesso con particolare riferimento alla sua idoneità ad assicurare l'integrale pagamento dei creditori estranei nel rispetto dei termini di cui sopra.

Lo strumento è ripreso dal Codice della crisi con alcune sostanziali novità, tese ad agevolarne l’adozione.

Una prima rilevante novità è rappresentata dall’omologazione degli accordi di ristrutturazione in presenza di debiti nei confronti dell’amministrazione finanziaria.

Il quinto comma dell’art. 48, CCII, prevede infatti che, ove l’adesione dell’amministrazione finanziaria sia decisiva per il raggiungimento delle percentuali minime di adesione, l’accordo può essere omologato anche in mancanza di tale adesione quando, sulla base della relazione di un professionista indipendente la proposta di soddisfacimento dell’amministrazione è conveniente rispetto all’alternativa liquidatoria.

Con questa disposizione il Codice ha voluto così rimediare a diversi casi, verificati nella pratica, dove, a causa di un atteggiamento particolarmente rigido da parte dell’amministrazione finanziaria, non si è potuto raggiungere un accordo, aprendo inevitabilmente la strada al fallimento, anche in quelle ipotesi dove le possibilità di recupero del credito erariale in sede fallimentare si presentavano palesemente inesistenti.

A fianco del più classico accordo di ristrutturazione, ripeso dall’art. 56, CCII, fanno poi la loro comparsa due tipologie particolari di accordi:

  • gli accordi di ristrutturazione agevolati (art. 60);
  • gli accordi di ristrutturazione con efficacia estesa (art. 61).

Prima di illustrare la particolarità degli accordi di ristrutturazione agevolati, occorre tuttavia segnalare un’ulteriore novità che riguarda le cc.dd. misure protettive.

Il terzo comma dell’art. 182 bis, l. fall., prevede infatti che, dalla data della pubblicazione degli accordi nel registro delle imprese e per sessanta giorni i creditori per titolo e causa anteriore a tale data non possono iniziare o proseguire azioni cautelari o esecutive sul patrimonio del debitore, né acquisire titoli di prelazione se non concordati. La Legge fallimentare ha così previsto un meccanismo protettivo che scatta in automatico, come effetto della pubblicazione degli accordi nel registro delle imprese e che nel gergo mutuato dal diritto anglosassone, viene per l’appunto denominato automatic stay.

Il Codice della crisi, viceversa, ha abolito tale automatismo sicché per poter ottenere l’effetto protettivo occorre chiederlo espressamente al tribunale con la domanda di omologazione degli accordi.

Orbene, qualora il debitore non richieda l’applicazione delle misure protettive oppure rinunci alle stesse e, al contempo, rinunci alla moratoria nel pagamento dei creditori estranei, il Codice della crisi prevede un particolare vantaggio per il debitore, rappresentato dall’abbassamento della percentuale minima di adesione che viene ridotta dal 60% al 30% (ecco perché, per l’appunto, tali particolari accordi di ristrutturazione sono stati denominati “agevolati”).

Con il Codice della crisi fanno viceversa la loro comparsa gli accordi di ristrutturazione ad efficacia estesa che, cioè, consentono, a determinate condizioni, di estendere l’efficacia dell’accordo anche a taluni creditori non aderenti.

In realtà, l’embrione di tale istituto era già presente negli accordi di ristrutturazione con intermediari finanziari, previsti dall’art. 182 septies, l. fall., introdotto in epoca relativamente recente dal d.l. n. 83/2015. Come fa intuire il nome stesso, gli accordi previsti dall’art. 182 septies, sono limitati alle sole banche e intermediari finanziari e si applicano solamente nel caso in cui i debiti verso tali soggetti rappresentino almeno la metà dell’indebitamento complessivo dell’impresa.

In questo caso, il debitore può individuare una o più categorie di questi crediti che abbiano fra loro posizione giuridica e interessi economici omogenei e chiedere che l’accordo raggiunto con i creditori rappresentanti il 75% dei crediti della categoria venga esteso anche ai creditori non aderenti appartenenti alla medesima categoria.

In tale ipotesi il tribunale, accertato che effettivamente i creditori abbiano posizione giuridica e interessi economici omogenei e che i non aderenti abbiano ricevuto complete informazioni, omologa l’accordo se accerta che i creditori non aderenti possano risultare soddisfatti in misura non inferiore rispetto alle “alternative concretamente praticabili.

Orbene, il Codice della crisi ha ripreso questo istituto, previsto per i soli intermediari finanziari, estendendolo, viceversa, a tutti i creditori, con alcune novità.

Innanzitutto, l’accordo, per poter essere estendibile ai non aderenti, non deve avere carattere liquidatorio, ma deve prevedere la prosecuzione dell’attività d’impresa (in via diretta oppure indiretta).

Inoltre, i creditori debbono essere soddisfatti in misura significativa o prevalente con il ricavato della prosecuzione dell’attività.

Infine, la convenienza dell’accordo per i creditori non aderenti non è più riferita alle “alternative concretamente praticabili” (concetto non particolarmente univoco), bensì alla “liquidazione giudiziale” tout court. Lasciando dunque intendere che il confronto va effettuato tra una soluzione negoziale concordata di ristrutturazione del debito ed il suo recupero coattivo mediante una procedura esecutiva collettiva (per l’appunto la liquidazione giudiziale).

Oltre agli accordi di ristrutturazione con intermediari finanziari, il d.l. n. 83/2015 aveva introdotto la convenzione di moratoria ovvero un accordo tra imprenditore e intermediari finanziari diretto a disciplinare in via provvisoria gli effetti della crisi attraverso una moratoria temporanea dei crediti.

Anche in questo caso, il Codice della crisi ha ripreso l’istituto, estendendolo a tutti i creditori, e non solamente agli intermediari finanziari. Inoltre, mentre la norma della Legge fallimentare parlava semplicemente di “moratoria temporanea dei crediti”, l’art. 62, CCII, specifica che la convenzione può avere ad oggetto:

  • la dilazione delle scadenze dei crediti
  • la rinuncia agli atti o la sospensione delle azioni esecutive e conservative
  • ogni altra misura che non comporti rinuncia al credito.

Un’importante novità che riguarda viceversa tutti i tipi di accordi di ristrutturazione, concerne l’efficacia dell’attestazione. In particolare, l’art. 58 precisa che, se prima dell'omologazione intervengono modifiche sostanziali del piano, oppure degli accordi, l’attestazione deve essere rinnovata.

Dunque, la norma fissa un concetto che solo le prassi più virtuose avevano seguito ovvero che l’attestazione non è una dichiarazione resa una volta per sempre, ma, viceversa, segue le vicende degli accordi e del piano, di modo che, se questi ultimi devono essere modificati, anche l’attestazione deve essere aggiornata.

Non solo, la norma va addirittura oltre l’omologa e prevede l’eventualità che le modifiche al piano o agli accordi intervengano nel momento successivo dell’esecuzione del piano stesso. Anche in questo caso sarà necessario provvedere all’aggiornamento dell’attestazione, tuttavia, poiché la fase giurisdizionale dell’omologazione si è già compiuta, viene previsto un meccanismo particolare di tutela dei creditori. Il piano modificato e l’attestazione aggiornata vanno pubblicati nel registro delle imprese, dandone avviso ai creditori i quali hanno trenta giorni di tempo dalla ricezione per proporre opposizione avanti al tribunale.

Focus crisi d'impresa e ristrutturazioni - Nuovi e rinnovati strumenti per la composizione della crisi d’impresa (prima parte)

15 Maggio 2019

I piani attestati di risanamento - di Marco Rubino, Reparto crisi d’impresa e ristrutturazioni

Pubblichiamo di seguito la prima parte dell’intervento di Marco Rubino al convegno LE NUOVE NORME SULL’ASSETTO ORGANIZZATIVO DELL’IMPRESA E SULLA PREVENZIONE DELLA CRISI (D. Lgs 14 gennaio 2019, n. 14) che si è tenuto lo scorso 8 maggio 2019 a Milano presso la Fondazione Mediolanum.

Come noto, lo spirito del nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (d. lgs n. 14/2019) è quello di tentare di prevenire l’insorgere della crisi attraverso l’adozione da parte dell’imprenditore di assetti organizzativi adeguati e la previsione di strumenti finalizzati ad intercettarne per tempo i segnali, rappresentati dalle cc.dd. “misure di allerta”.

Quando, tuttavia, non è possibile intervenire per tempo, l’ordinamento ha approntato una serie di strumenti alternativi alla liquidazione coattiva del patrimonio del debitore che, in varia misura, consentono di superare la crisi o comunque di regolarne gli effetti nei confronti dei creditori.

Prima di affrontare l’argomento, occorre tuttavia fare una premessa.

La maggior parte delle norme che interessano la disciplina concorsuale previste dal nuovo Codice della crisi e che andranno a sostituire l’attuale Legge fallimentare, entreranno in vigore solamente il 15 agosto 2020. Inoltre, le nuove norme dettate dal Codice si applicheranno esclusivamente alle procedure che si apriranno a partire da tale data, mentre per tutte le procedure attualmente pendenti e che si apriranno da qui al 14 agosto 2020, troveranno ancora applicazione le norme della Legge fallimentare. Dunque, nei prossimi anni si assisterà necessariamente a una convivenza tra vecchi istituti, disciplinati dalla Legge fallimentare, e nuovi istituti, disciplinati dal Codice della crisi.

Ciò non di meno, appare utile iniziare a conoscere sin da subito i nuovi e rinnovati strumenti approntati dal Codice in quanto in molti casi il legislatore ha accolto nelle nuove norme alcuni concetti elaborati dalla giurisprudenza che, quasi inevitabilmente, condizioneranno le future interpretazioni della stessa Legge fallimentare.

Fatte queste premesse, gli strumenti giuridici previsti dal d. lgs n. 14/2019 per gestire e superare la crisi d’impresa sono essenzialmente:

  • i piani attestati di risanamento (art. 56)
  • gli accordi di ristrutturazione dei debiti (artt. 57-64)
  • il concordato preventivo (artt. 84 – 120).

Il piano attestato di risanamento è uno strumento già contemplato nell’attuale Legge fallimentare al terzo comma, lett. d) dell’art. 67. Tuttavia, la norma non fornisce una disciplina esaustiva del piano di risanamento che viene descritto solamente in via incidentale all’interno di un articolo che tratta di tutt’altro, ovvero della revocatoria fallimentare degli atti a titolo oneroso, dei pagamenti e delle garanzie posti in essere dal fallito nel c.d. “periodo sospetto”.

In particolare, la lettera d) del terzo comma dell’art. 67 prevede che:

non sono soggetti a revocatoria “gli atti, i pagamenti e le garanzie concesse su beni del debitore purché posti in essere in esecuzione di un piano che appaia idoneo a consentire il risanamento della esposizione debitoria dell'impresa e ad assicurare il riequilibrio della sua situazione finanziaria”. Tuttavia, precisa la norma, perché operi l’esenzione da revocatoria “un professionista indipendente” designato dal debitore deve attestare “la veridicità dei dati aziendali e la fattibilità del piano”.

La Legge fallimentare, dunque, si limita a stabilire la finalità del piano (risanamento della esposizione debitoria dell’impresa e riequilibrio della sua situazione finanziaria), senza aggiungere altro; in particolare, non è previsto un contenuto minimo né una forma specifica.

Il Codice della crisi riprende il piano attestato di risanamento e gli dedica una norma ad hoc, l’art. 56, separata dalla disciplina della revocatoria fallimentare.

Il Codice inoltre distingue tra:

  • il piano vero e proprio, che deve avere data certa e deve apparire idoneo a consentire il risanamento dell’esposizione debitoria dell’impresa e assicurare il riequilibrio della situazione finanziaria dell’impresa
  • gli atti unilaterali e i contratti posti in essere in esecuzione del piano che devono essere provati per iscritto e parimenti devono recare data certa.

Infine, dal punto di vista del contenuto il Codice prescrive che il piano deve indicare:

a) la situazione economico-patrimoniale e finanziaria dell'impresa;

b) le principali cause della crisi;

c) le strategie d'intervento e dei tempi necessari per assicurare il riequilibrio della situazione finanziaria;

d) i creditori e l'ammontare dei crediti dei quali si propone la rinegoziazione e lo stato delle eventuali trattative;

d) gli apporti di finanza nuova;

e) i tempi delle azioni da compiersi, che consentono di verificarne la realizzazione, nonché gli strumenti da adottare nel caso di scostamento tra gli obiettivi e la situazione in atto.

A ben vedere, la maggior parte delle indicazioni previste dalla norma erano già contemplate dalla best practice degli operatori del settore.

Per procedere alla redazione del piano, pare indubbio che si debba disporre di una situazione patrimoniale, economica e finanziaria aggiornata, non solo per avere una fotografia dello stato attuale di salute dell’impresa, ma soprattutto perché tale situazione servirà da base di partenza per lo sviluppo del piano stesso.

Inoltre, se si vuole redigere un piano di risanamento efficace, è chiaro che occorre indagare le cause della crisi. Solo dopo aver compreso le cause della crisi sarà infatti possibile approntare le strategie di intervento necessarie a rimuoverle.

Queste, inoltre, non potranno limitarsi ad una mera enunciazione delle azioni che si intendono mettere in atto, ma dovranno essere riguardate sia nel loro aspetto quantitativo (ovvero quanto si ritiene di conseguire in termini di risultati economici dalle azioni prospettate, nonché quale sarà il costo dell’investimento necessario ad implementare tali azioni) sia nel loro aspetto temporale (ovvero quando si prevede che le azioni potranno esplicare la loro efficacia).

Di particolare importanza è il disposto dalla lettera e) dell’art. 56 ove si dice che, il piano deve indicare, oltre ai tempi delle azioni da compiersi, che consentono di verificarne la realizzazione, gli strumenti da adottare nel caso di scostamento tra gli obiettivi e la situazione in atto.

Viene quindi fissato normativamente il concetto – anch’esso seguito dalla best practice – che il piano non è una previsione di andamento futuro della gestione che viene elaborata una volta per tutte, ma viceversa, è uno strumento previsionale destinato a essere periodicamente monitorato, con la conseguenza che, qualora le previsioni iniziali siano mutate o si dimostrino non più valide – magari per fatti sopravvenuti che non erano ragionevolmente prevedibili al momento della redazione del piano – occorre necessariamente rimettere mano al piano e modificarlo.

Focus crisi d'impresa e ristrutturazioni - il pubblico ministero tra «vecchia» legge fallimentare e nuovo codice della crisi

10 Aprile 2019

Il ruolo del PM nel fallimento e nella liquidazione giudiziale - di Marco Rubino, reparto crisi d’impresa e ristrutturazioni

Il nuovo Codice della crisi, così come l’attuale Legge fallimentare prevede che la procedura possa essere aperta non solo su ricorso dei creditori o dello stesso imprenditore, ma anche su richiesta del pubblico ministero: ecco quando.

Recita l’art. 5, l. fall., che il fallimento è dichiarato su ricorso del debitore, di uno o più creditori o su richiesta del pubblico ministero. A riguardo, il successivo art. 7 prevede che il pubblico ministero presenta richiesta di fallimento quando l’insolvenza risulta:

  1. nel corso di un procedimento penale ovvero dalla fuga, dalla irreperibilità o dalla latitanza dell'imprenditore, dalla chiusura dei locali dell'impresa, dal trafugamento, dalla sostituzione o dalla diminuzione fraudolenta dell'attivo da parte dell'imprenditore;
  2. dalla segnalazione proveniente dal giudice che l'abbia rilevata nel corso di un procedimento civile.

Sulla questione la Corte di Cassazione ha assunto un orientamento ormai consolidato, sintetizzabile nei seguenti punti:

  1. venuta meno la possibilità di dichiarare il fallimento d'ufficio, la legittimazione del p.m. a richiedere il fallimento sussiste in tutti quei casi nei quali egli sia venuto istituzionalmente a conoscenza dello stato di insolvenza dell’imprenditore;
  2. in particolare, la conoscenza dell’insolvenza, da parte del p.m., può risultare sia da notizie apprese nel corso di un procedimento penale pendente, sia dalle condotte, del tutto autonome, descritte nella norma (irreperibilità, latitanza, chiusura dei locali, ecc.);
  3. da ciò discende che per legittimare l’iniziativa del p.m. non è necessaria la pendenza di un procedimento penale che potrebbe addirittura mancare;
  4. infine, la conoscenza dello stato di insolvenza dell’imprenditore potrebbe emergere anche nel corso di indagini svolte nei confronti di soggetti diversi (ad es., Cass., ord. 16 novembre 2016, n. 23391, ha ritenuto sussistere la legittimazione del P.M. con riguardo ad ipotesi in cui lo stesso aveva appreso dell'insolvenza della società nel corso di un procedimento penale pendente a carico di un terzo privo di cariche sociali, mentre Cass. 5 maggio 2016, n. 8977, era giunta alla medesima conclusione con riguardo a notizia appresa nel corso di indagini svolte dalla Guardia di finanza nei confronti di soggetti diversi o collegati all'imprenditore medesimo).

Il nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (d. lgs 12 gennaio 2019, n. 14), muovendo da tale orientamento e in ossequio ad una specifica disposizione della legge delega, ha riscritto l’art. 7, l. fall., disciplinando l’iniziativa del p.m. nell’art. 38 del Codice.

La nuova norma prevede dunque che il pubblico ministero presenti ricorso per l’apertura della liquidazione giudiziale:

  1. in ogni caso in cui abbia notizia dell’esistenza dello stato di insolvenza;
  2. su segnalazione dell’autorità giudiziaria che rileva l’insolvenza nel corso di un procedimento.

Come si può notare, dunque, la nuova disciplina ha inteso sgombrare il campo da ogni possibile incertezza in merito alla legittimazione del p.m., slegandone completamente l’iniziativa sia dalla preventiva esistenza di un procedimento penale, sia dall’individuazione di specifiche condotte rivelatrici di possibile insolvenza.

Stando così le cose, si comprende allora come mai il Codice abbia previsto, nell’ambito del nuovo procedimento unitario per l’accesso alle procedure di regolazione della crisi o dell’insolvenza, che la domanda del debitore debba essere in ogni caso trasmessa al pubblico ministero (art. 40, co. 3) e che, in caso di rinuncia della domanda, permanga comunque in capo al p.m. la legittimazione a richiedere l’apertura della liquidazione giudiziale (art. 43).

Inoltre, per consentire il tempestivo esercizio dell’iniziativa per l’apertura della liquidazione giudiziale, il p.m. è divenuto il destinatario di una serie di comunicazioni e relazioni informative.

Tra queste si segnala, per novità e importanza, quella prevista nell’ambito delle procedure d’allerta.

L’art. 22 prevede infatti che,

  1. qualora il debitore, convocato dall’OCRI non compaia,

oppure,

  1. dopo l’audizione innanzi al l’OCRI, non presenti istanza di composizione della crisi,

o, ancora,

  1. all’esito delle trattative con i creditori, non depositi domanda di accesso ad una procedura di composizione della crisi o dell’insolvenza,

ne venga data tempestiva notizia al p.m. per l’esercizio dell’eventuale richiesta di apertura della liquidazione giudiziale.

focus crisi d'impresa e ristrutturazioni - fallimento: le trascrizioni eseguite dopo l’apertura della procedura non sono opponibili ai creditori

05 Aprile 2019

Disciplina delle formalità non opponibili nel fallimento e nella liquidazione giudiziale - di Marco Rubino, Reparto crisi d’impresa e ristrutturazioni

L’art. 145 del Codice della crisi, così come l’attuale art. 45, l. fall., dispone che le formalità eseguite dopo l’apertura della procedura sono senza effetto rispetto ai creditori. Tale norma impone particolare cautela quando si acquistano immobili o automezzi da imprese che potrebbero essere sottoposte a procedure concorsuali.

Con l’entrata in vigore del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza si assisterà, almeno per i prossimi anni, a una convivenza tra «vecchie» e nuove norme. Inoltre, sebbene la disciplina della nuova liquidazione giudiziale contenga importanti novità rispetto al fallimento, scorrendo gli articoli della “nuova” norma si ritrovano molte disposizioni già contemplate dalla attuale Legge fallimentare, spesso persino espresse nella medesima formulazione lessicale.

È questo il caso dell’art. 45, l. fall., che viene riproposto, sostanzialmente identico all’art. 145 del Codice, pertanto quanto di seguito indicato in caso di fallimento potrà considerarsi valido anche per liquidazione giudiziale di prossima entrata in vigore.

La norma in commento, uno degli articoli meno noti ai non addetti ai lavori, dispone che le formalità necessarie per rendere opponibili gli atti ai terzi, se compiute dopo la data della dichiarazione di fallimento, sono senza effetto rispetto ai creditori.

Secondo gli interpreti, l’espressione “formalità” usata dal legislatore è volutamente generica e tale da includere:

  • adempimenti formali (quali la trascrizione di atti di vendita di immobili o di mobili registrati, o l’iscrizione di ipoteche);
  • operazioni materiali (quali la consegna);

§ dichiarazioni negoziali o comunicazioni (per es., in caso di cessione del credito, l’accettazione del debitore ceduto o la notifica nei suoi confronti dell’avvenuta cessione)1.

Per quanto riguarda gli atti di trasferimento dei beni immobili e dei beni mobili registrati (tra cui rientrano anche i trasferimenti di proprietà di autoveicoli iscritti nel pubblico registro automobilistico2), la mancata trascrizione dell’atto, prima della sentenza dichiarativa di fallimento, comporta l’inefficacia del trasferimento stesso nei confronti dei creditori del fallimento.

In altri termini, è come se il trasferimento non fosse mai avvenuto e l’incauto acquirente, se già in possesso del bene, dovrà procedere a restituirlo al curatore fallimentare3.

Tale inefficacia, tuttavia, è relativa, ovvero opera solamente nei confronti dei creditori e permane fino a quando rimane aperta la procedura4. Se pertanto questa dovesse chiudersi (per esempio a seguito della revoca del fallimento) la trascrizione dell’atto di vendita riprende piena efficacia nei confronti delle parti e dei terzi5.

Si badi inoltre che:

  1. la sola circostanza che l’atto abbia data certa non è di per sé sufficiente a rendere l’atto opponibile al fallimento6;
  2. l’inefficacia opera dalla data di pubblicazione della sentenza dichiarativa di fallimento nel Registro delle imprese e non dall’eventuale trascrizione della sentenza nei pubblici registri7.

Quest’ultimo aspetto è di fondamentale importanza e deve spingere chi intende acquistare un immobile o un bene mobile registrato da una società a procedere con particolare cautela, verificando, prima di effettuare l’acquisto, se la società sia sottoposta a fallimento. In questo caso, infatti, potrebbe rischiare non solo di vedersi costretto a restituire il bene al curatore, ma anche di perdere le somme di denaro versate.


1 Così L. Calvosa – G. Giannelli – F.Guerrera – A. Paciello – R. Rosapepe, Diritto fallimentare [manuale breve], Milano, 2017, p. 242.
2
 Vedi P. Genoviva, Gli effetti patrimoniali del fallimento per il fallito, in G. Fauceglia – L. Panzani, Fallimento e altre procedure concorsuali, Tomo I, Torino, 2009, p. 459.

Per quanto riguarda l’obbligo di restituzione si veda, P. Genoviva, Cit., p. 459, che cita in giurisprudenza Cass. 16 novembre 2007, n. 23784, in Fall., 2008, p. 354; Cass. 28 giugno 2004, n. 11958; Cass. 28 maggio 2003, n. 8545; Cass. 5 luglio 2000, n. 8964, in Fall., 2001, p. 420; Cass. 17 marzo 2000, n. 3106, ivi, 2001, p. 199; Trib. Bologna 22 giugno 1996, ivi, 1996, p. 1238; Trib. Torino 10.5.1994, ivi, 1994, p. 878; Trib. Milano 20 maggio 1991, ivi, 1991, p. 860.

4
 Così L. Calvosa – G. Giannelli – F.Guerrera – A. Paciello – R. Rosapepe, Cit., p. 243.

5
 In tal senso si veda in dottrina P. Pajardi, Manuale di diritto fallimentare, Milano, 1998, p. 225; con la conseguenza, rilevata da C. Costa, Gli effetti del fallimento sul fallito, in G. Ragusa Maggiore – C. Costa (trattato diretto da), Le procedure concorsuali – Il fallimento, Torino, 1997, Tomo II, p. 18, e ripresa da P. Genoviva, Cit., p. 458, che le formalità non opponibili al fallimento riprendono efficacia dopo la chiusura della procedura.

6
 In giurisprudenza si segnala Cass. 20 ottobre 2015, n. 21273, in Fall., 2016, p. 874; Cass. 17 marzo 2000, n. 3106, in Fall., 2001, p. 199, secondo cui l’opponibilità al fallimento del venditore di un suo atto di vendita immobiliare postula non solo che l’atto medesimo abbia data certa a norma dell’art. 2704, cod. civ., ma anche che sia trascritto in data anteriore all’apertura della procedura concorsuale. Nello stesso solco Trib. Bologna 22 giugno 1996, in Fall., 1996, p. 1238.
 
7
 In quanto, rileva L. Guglielmucci, Diritto fallimentare La Nuova disciplina delle procedure concorsuali giudiziali, Torino, 2006, p. 101, è da tale data che si producono gli effetti del fallimento nei confronti dei terzi, con l’ulteriore conseguenza che, chi ha acquistato prima e trascritto dopo il fallimento, ma anteriormente all’iscrizione della sentenza nel registro delle imprese, prevale se in buona fede al momento della trascrizione; dello stesso avviso N. Rocco di Torrepadula, sub art. 45 in A. Jorio (diretto da), Il nuovo diritto fallimentare, tomo I, Bologna, 2006, p. 733; ritiene invece che gli effetti dello spossessamento vadano riferiti alla data di deposito della sentenza dichiarativa di fallimento M. L. De Rosa, Gli effetti del fallimento per il fallito: effetti patrimoniali e rapporti sostanziali, in O. Cagnasso – L. Panzani (diretto da), Crisi d’impresa e procedure concorsuali, Torino, 2016, Tomo I, p. 1001.   

focus crisi d'impresa e ristrutturazioni - il nuovo codice della crisi e la relazione aggiornata sulla situazione economica, patrimoniale e finanziaria dell’impresa

26 Marzo 2019

Quando occorre redigerla e come - di Marco Rubino, Reparto crisi d’impresa e ristrutturazioni

Il nuovo Codice della crisi, così come la “vecchia” Legge fallimentare, contempla una serie di casi in cui è richiesto il deposito di una relazione aggiornata sulla situazione dell’impresa: ecco quando deve essere predisposta e come.

L’attuale Legge fallimentare (ancora applicabile a tutte le procedure aperte e a quelle che si apriranno da qui al prossimo 15 agosto 2020) prevede il deposito di una relazione aggiornata sulla situazione patrimoniale, economica e finanziaria dell’impresa qualora si voglia presentare:

  1. una proposta di concordato preventivo (art. 161, l. fall.);
  2. una richiesta di omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti (art. 182 bis, l. fall);
  3. un’istanza di sospensione volta a ottenere il divieto di iniziare o proseguire azioni cautelari o esecutive sul patrimonio dell’impresa, quando siano in corso trattative per giungere ad un accordo di ristrutturazione dei debiti (art. 182 bis, co. 6, l. fall).

Un simile obbligo non è invece previsto in caso di richiesta di fallimento in proprio, dove l’art. 14, l. fall., prescrive unicamente il deposito dello stato analitico delle proprie attività e l’elenco dei creditori (oltre agli ultimi tre bilanci d’esercizio).

Il nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, recentemente introdotto con il d. lgs n. 14/2019, prevedendo un unico modello processuale per l’accertamento dello stato di crisi o di insolvenza del debitore, ha esteso i casi in cui viene richiesto il deposito di una relazione aggiornata sulla situazione dell’impresa.

Così, la predisposizione di una relazione aggiornata sulla situazione economica, patrimoniale e finanziaria dell’impresa è ora prevista:

  1. quando l’imprenditore in stato di crisi intenda avvalersi dell’assistenza dell’organismo di composizione della crisi d’impresa (OCRI) istituito presso la camera di commercio per tentare di trovare una soluzione concordata della crisi (art. 19, co. 2, Codice della crisi);
  2. quando l’imprenditore in stato di crisi o d’insolvenza intenda predisporre un piano di risanamento della sua posizione debitoria ai sensi dell’art. 56, C.d.C.
  3. in generale, per l’accesso a qualsiasi procedura di regolazione della crisi o dell’insolvenza (art. 39, CdC): sia essa una richiesta di omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti (art. 57), una proposta di concordato minore (art. 74), una proposta di concordato preventivo (art. 87), oppure di liquidazione giudiziale (l’attuale fallimento);
  4. quando il debitore intenda costituirsi nel procedimento di apertura della liquidazione giudiziale promosso a suo carico da un suo creditore o dal pubblico ministero (art. 41, CdC);
  5. quando l’erede chieda l’apertura della liquidazione giudiziale dell’imprenditore defunto (art. 34, co. 3, CdC).

Ma, in cosa consiste questa “relazione aggiornata sulla situazione patrimoniale, economica e finanziaria”?

Il nuovo Codice della crisi d’impresa, così come prima la Legge fallimentare, non lo specifica, tuttavia l’espressione utilizzata dal legislatore richiama alla mente il secondo comma dell’art. 2423, cod. civ., dove si legge che il bilancio d’esercizio deve rappresentare in modo veritiero e corretto “la situazione patrimoniale e finanziaria della società e il risultato economico dell’esercizio”. Da questa similarità con il bilancio d’esercizio si possono allora tracciare delle linee guida per la predisposizione della relazione aggiornata sulla situazione patrimoniale, economica e finanziaria dell’impresa. Ecco gli elementi sostanziali:

  • anzitutto, non sembra ci si possa limitare a produrre una semplice situazione contabile (c.d. bilancio di verifica), ma sarebbe viceversa necessario predisporre una vera e propria situazione infrannuale con rilevazione di tutte le scritture di rettifica e assestamento (valutazione delle rimanenze, ammortamenti, ratei e risconti, ecc.);
  • per agevolare la comparazione con i dati pregressi, le voci dovrebbero essere valutate con gli stessi criteri adottati nell’ultimo bilancio d’esercizio (ovvero secondo valori di funzionamento se nell’ultimo esercizio l’attività d’impresa era ancora in corso, ovvero secondo valori di realizzo se la società era già stata posta in liquidazione);
  • i valori patrimoniali e reddituali dovrebbero essere presentati utilizzando la stessa classificazione delle poste dello stato patrimoniale e del conto economico del bilancio d’esercizio delle società di capitali (anche al fine di rendere più immediata la comparazione tra la situazione aggiornata ed i bilanci passati);

§ gli schemi di stato patrimoniale e conto economico dovrebbero venire opportunamente accompagnati da un documento descrittivo che, come la nota integrativa nel bilancio d’esercizio, illustri il contenuto delle singole poste ed i criteri di valutazione adottati.  

La relazione, viceversa, non necessariamente dovrà riferirsi allo stesso arco temporale preso a riferimento per la redazione del bilancio d’esercizio, ma potrà abbracciare un periodo inferiore nell’eventualità (assai frequente) che l’accesso ad una procedura concorsuale avvenga in corso d’anno e dunque non alla fine dell’esercizio sociale.

Focus crisi d’impresa e ristrutturazioni - Immobili da costruire e crisi dell’impresa costruttrice

19 Marzo 2019

Dal 16 marzo 2019 più tutele per l'acquirente - di Marco Rubino, Reparto crisi d’impresa e ristrutturazioni

Ecco le tutele previste dalla legge a favore di chi desidera acquistare un immobile da costruire per sé o per un proprio parente, comprese le novità introdotte dal d. lgs n. 14/2019, in vigore dal 16 marzo.

Spesso acquistare un’abitazione da costruire, direttamente dall’impresa, può rivelarsi un buon affare. Questo perché, risparmiando sugli oneri finanziari dei prestiti solitamente erogati dagli istituti di credito, il costruttore riesce a offrire l’immobile a un prezzo di vendita inferiore. Inoltre, per il “semplice” fatto che i lavori di costruzione siano ancora in corso d’opera, l’acquirente ha la possibilità di richiedere eventuali varianti e rendere l’abitazione più consona ai propri desideri e bisogni.

Talvolta, purtroppo, il sogno di una nuova casa si tramuta in un incubo quando l’impresa costruttrice fallisce e l’acquirente si ritrova, non solo senza immobile, ma anche senza la certezza di riuscire a ottenere il rimborso totale di quanto eventualmente già versato.

Per scongiurare un simile rischio, il legislatore si è mosso sin dal 2004 emanando prima una legge delega (legge 2 agosto 2004, n. 210) e poi un decreto attuativo (d. lgs n. 122/2005) aventi come obiettivo proprio quello di tutelare l’acquirente, persona fisica, che desidera acquistare, per sé o per un proprio parente di primo grado, un immobile da costruire.

Infatti, l’art. 2 del d. lgs n. 122/2005 prevede anzitutto che, all’atto della stipula del contratto preliminare di vendita, il costruttore debba obbligatoriamente rilasciare una fideiussione a favore dell’acquirente a garanzia del rimborso delle somme versate e di quelle ancora da versare. In caso di mancata consegna della fideiussione, il preliminare può essere dichiarato nullo, ma solo su richiesta dell’acquirente (nullità relativa).

Inoltre, come previsto dal successivo art. 4, in sede di stipula dell’atto definitivo il costruttore deve rilasciare all’acquirente una polizza assicurativa indennitaria decennale a favore dell’acquirente stesso a copertura dei danni materiali e diretti all’immobile, a garanzia del fatto che la costruzione sia stata eseguita a regola d’arte.

Il d. lgs n. 14/2019 di recente pubblicazione, oltre a introdurre il nuovo Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza, ha voluto rafforzare le tutele già previste dal citato d. lgs n. 122/2005 prevedendo che:

  1. il preliminare di vendita, e quindi non solo l’atto definitivo di trasferimento, debba essere obbligatoriamente redatto per atto pubblico o mediante scrittura privata autenticata (consentendo, in questo modo, al notaio di svolgere un controllo di legalità sull’adempimento dell’obbligo di rilascio della fideiussione, senza la quale l’atto non verrebbe stipulato);
  2. la mancata consegna della fideiussione in sede di stipula del preliminare ne determina la nullità (relativa), così come anche la mancata consegna della polizza indennitaria decennale all’atto della stipula del contratto definitivo di vendita ne determina la nullità (anche in questo caso, relativa, ovvero dichiarabile solo se richiesta dell’acquirente);
  3. l’acquirente che, non avendo ricevuto la polizza indennitaria alla stipula dell’atto definitivo di vendita, intenda recedere dal contratto può escutere la fideiussione e recuperare interamente le somme versate

Le novità appena esaminate si applicano ai contratti aventi a oggetto immobili da costruire per i quali il titolo abitativo edilizio sia stato richiesto o presentato successivamente al 16 marzo 2019.

Focus crisi d’impresa - Acquistare gli immobili all’asta

11 Marzo 2019

Il funzionamento del portale delle vendite pubbliche - di Gualtiero Terenghi, Reparto crisi d'impresa e ristrutturazioni

Il nuovo Codice della crisi punta sul Portale delle Vendite Pubbliche. Il sistema, già attivo per le procedure esecutive, rende più semplice cercare gli immobili in vendita e partecipare alle aste: ecco come. 

Il nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, che entrerà in vigore il prossimo 15 agosto 2020, prevede che nella liquidazione giudiziale le vendite dei beni avvengano con modalità telematiche, tramite il Portale delle Vendite Pubbliche (P. V. P.). In realtà, il P.V.P. è già attivo da febbraio 2018 e accoglie tutti gli annunci di vendita relativi alle procedure esecutive individuali di tutti i tribunali italiani.

Il P.V.P. (https://pvp.giustizia.it/) funge dunque da motore di ricerca per le inserzioni e permette di prenotare le visite all’immobile. L’accesso avviene mediante carta d’identità elettronica o carta nazionale dei servizi oppure tramite smart card. Il soggetto interessato a visionare un immobile posto in vendita deve inoltrare la richiesta esclusivamente attraverso il P.V.P. tramite la funzione «prenota visita immobile» presente all’interno di ogni annuncio. La richiesta verrà trasmessa al custode nominato dal Giudice, il quale entro quindici giorni dovrà consentire di esaminare i beni in vendita. La vendita, in virtù di quanto stabilito dal giudice, può avvenire attraverso una delle tre differenti procedure di seguito elencate e relative modalità. Si tratta di:

  • sincrona telematica: le offerte devono essere presentate esclusivamente in via telematica e la gara avviene sul portale web del gestore della vendita con gli offerenti connessi contemporaneamente in tempo reale tramite la piattaforma del gestore stesso;
  • asincrona telematica: anche in questo caso, le offerte devono essere presentate esclusivamente in via telematica e la gara avviene sempre sul portale web del gestore, tuttavia questa dura un tempo predeterminato senza la simultanea connessione del giudice o del referente della procedura con avviso agli offerenti di ogni rilancio e, al termine della gara, della maggior offerta formulata;
  • sincrona mista: le offerte possono essere presentate sia con modalità telematica sia con modalità cartacea presso il luogo (cancelleria del tribunale o studio del professionista delegato) indicato nell’avviso di vendita e la gara si tiene simultaneamente sia sul sulla piattaforma digitale del gestore, sia in apposita sala d’aste alla presenza degli offerenti, che hanno presentato offerta cartacea.

Le offerte telematiche possono essere presentate esclusivamente mediante il modulo «offerta telematica» del Ministero di Giustizia raggiungibile tramite il link «invia offerta» presente nella scheda di dettaglio del bene del gestore della vendita telematica. L’invio dell’offerta può avvenire tramite una speciale casella p.e.c. rilasciata da un gestore iscritto in un apposito registro ministeriale oppure tramite una normale casella p.e.c. nel caso in cui l’offerta sia firmata digitalmente. L’offerta si intende effettivamente depositata solo dopo che sia stata generata la ricevuta di avvenuta consegna da parte del gestore della p.e.c. del Ministero della Giustizia. Almeno 30 minuti prima dell’inizio delle operazioni di vendita, il gestore invia all’indirizzo p.e.c. utilizzato per la trasmissione dell’offerta le credenziali per connettersi alla vendita e al proprio portale e dunque partecipare all’asta.

Focus contenzioso tributario - INDAGINI FINANZIARIE SU C/C DEI PROFESSIONISTI

11 Marzo 2019

Per la CTP di Brescia sono solo presunzioni semplici - di Davide Grasselli, Reparto contenzioso tributario

La Commissione tributaria Provinciale di Brescia, sez. I, con sentenza n. 790 del 13 novembre 2018, depositata il 4 dicembre 2018, ha ritenuto illegittimo un avviso di accertamento supportato dalle sole indagini finanziarie, effettuate su un conto corrente di un professionista, ponendosi al di fuori di un orientamento già consolidato della Cassazione.

Secondo i giudici della Suprema Corte, infatti, le indagini finanziarie sarebbero assistite da una presunzione legale relativa e pertanto, ai fini della prova contraria, non sarebbe sufficiente una dimostrazione generica circa ipotetiche causali dell’affluire di somme sui conti correnti, ma occorrerebbe viceversa che il contribuente fornisse la prova analitica della riferibilità di ogni singola movimentazione alle operazioni già evidenziate nelle dichiarazioni. In altre parole, sulla estraneità delle somme alla sua attività, con conseguente non rilevanza fiscale delle stesse. Il contribuente sarebbe pertanto tenuto a offrire una prova piena e non un’altra presunzione, ovvero un’affermazione di carattere generale.

Secondo i giudici bresciani, invece, è vero che prelievi e versamenti su conti non destinati all’attività professionale possono essere indice di compensi e spese non annotate, ma è altrettanto vero che dette presunzioni semplici necessitano di ulteriori prove. Per concludere, l’avviso, essendo fondato meramente sulle risultanze di indagini bancarie, deve ritenersi illegittimo e va annullato. (Nel merito il ricorrente aveva documentato in modo dettagliato e non generico i versamenti oggetto di contestazione).